Da ballata yiddish a inno partigiano: il lungo viaggio di Bella ciao

5 Maggio 2008 3 commenti


Il brano fu portato in America da un musicista tzigano originario di Odessa
Ne esiste anche una versione operaia cantata dalle mondine dopo la guerra

BORGO SAN LORENZO – In fin dei conti, svelare un segreto è costato solo due euro. "Nel giugno del 2006 ero al quartiere latino di Parigi, in un negozietto di dischi. Vedo un cd con il titolo: "Klezmer – Yiddish swing music", venti brani di varie orchestre. Lo compro, pagando appunto due euro. Dopo qualche settimana lo ascolto, mentre vado a lavorare in macchina. E all’improvviso, senza accorgermene, mi metto a cantare "Una mattina mi son svegliato / o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao…". Insomma, la musica era proprio quella di Bella ciao, la canzone dei partigiani. Mi fermo, leggo il titolo e l’esecutore del pezzo. C’è scritto: "Koilen (3′.30) – Mishka Ziganoff 1919". E allora ho cominciato il mio viaggio nel mondo yiddish e nella musica klezmer. Volevo sapere come una musica popolare ebraica nata nell’Europa dell’Est e poi emigrata negli Stati Uniti agli inizi del ’900 fosse diventata la base dell’inno partigiano".

E’ stata scritta tante volte, la "vera storia di Bella ciao". Ma Fausto Giovannardi, ingegnere a Borgo San Lorenzo e turista per caso a Parigi, ha scoperto un tassello importante: già nel 1919 il ritornello della canzone era suonato e inciso a New York. "Come poi sia arrivato in Italia – dice l’ingegnere – non è dato sapere. Forse l’ha portato un emigrante italiano tornato dagli Stati Uniti. Con quel cd in mano, copia dell’incisione del 1919, mi sono dato da fare e ho trovato un aiuto prezioso da parte di tanti docenti inglesi e americani. Martin Schwartz dell’università della California a Berkeley mi ha spiegato che la melodia di Koilen ha un distinto suono russo ed è forse originata da una canzone folk yiddish. Rod Hamilton, della The British Library di Londra sostiene che Mishka Ziganoff era un ebreo originario dell’est Europa, probabilmente russo e la canzone Koilen è una versione della canzone yiddish "Dus Zekele Koilen", una piccola borsa di carbone, di cui esistono almeno due registrazioni, una del 1921 di Abraham Moskowitz e una del 1922 di Morris Goldstein. Da Cornelius Van Sliedregt, musicista dell’olandese KLZMR band, ho la conferma che Koilen (ma anche koilin, koyln o koylyn) è stata registrata da Mishka Ziganoff (ma anche Tziganoff o Tsiganoff) nell’ottobre del 1919 a New York.

Dice anche che è un pezzo basato su una canzone yiddish il cui titolo completo è "the little bag of coal", la piccola borsa di carbone".

Più di un anno di lavoro. "La Maxwell Street Klezmer Band di Harvard Terrace, negli Stati Uniti, ha in repertorio "Koylin" e trovare lo spartito diventa semplice. Provo a suonare la melodia… E’ proprio la Koilen di Mishka Tsiganoff. Ma resta un dubbio. Come può uno che si chiama Tsiganoff (tzigano) essere ebreo? La risposta arriva da Ernie Gruner, un australiano capobanda Klezmer: Mishka Tsiganoff era un "Cristian gypsy accordionist", un fisarmonicista zingaro cristiano, nato a Odessa, che aprì un ristorante a New York: parlava correttamente l’yiddish e lavorava come musicista klezmer". Del resto, la storia di Bella ciao è sempre stata travagliata. La canzone diventa inno "ufficiale" della Resistenza solo vent’anni dopo la fine della guerra.

"Prima del ’45 la cantavano – dice Luciano Granozzi, docente di Storia contemporanea all’università di Catania – solo alcuni gruppi di partigiani nel modenese e attorno a Bologna. La canzone più amata dai partigiani era "Fischia il vento". Ma era troppo "comunista". Innanzitutto era innestata sull’aria di una canzonetta sovietica del 1938, dedicata alla bella Katiuscia. E le parole non si prestavano ad equivoci. "Fischia il vento / infuria la bufera /scarpe rotte e pur bisogna andar / a conquistare la rossa primavera / dove sorge il sol dell’avvenir". E così, mentre stanno iniziando i governi di centro sinistra, Bella ciao quasi cancella Fischia il vento. Era politicamente corretta e con il suo riferimento all’"invasor" andava bene non solo al Psi, ma anche alla Dc e persino alle Forze armate. Questa "vittoria" di Bella ciao è stata studiata bene da Cesare Bermani, autore di uno scritto pionieristico sul canto sociale in Italia, che ha parlato di "invenzione di una tradizione". E poi, a consacrare il tutto, è arrivata Giovanna Daffini".

La "voce delle mondine", a Gualtieri di Reggio Emilia nel 1962 davanti al microfono di Gianni Bosio e Roberto Leydi aveva cantato una versione di Bella Ciao nella quale non si parlava di invasori e di partigiani, ma di una giornata di lavoro delle mondine. Aveva detto che l’aveva imparata nelle risaie di Vercelli e Novara, dove era mondariso prima della seconda guerra mondiale. "Alla mattina, appena alzate / o bella ciao, bella ciao, ciao, ciao / alla mattina, appena alzate / là giù in risaia ci tocca andar". "Ai ricercatori non parve vero – dice il professor Granozzi – di avere trovato l’anello di congiunzione fra un inno di lotta, espressione delle coscienza antifascista, e un precedente canto del lavoro proveniente dal mondo contadino.

La consacrazione avviene nel 1964, quando il Nuovo Canzoniere Italiano presenta a Spoleto uno spettacolo dal titolo "Bella ciao", in cui la canzone delle mondine apre il recital e quella dei partigiani lo chiude". I guai arrivano subito dopo. "Nel maggio 1965 – cito sempre il lavoro di Cesare Bermani – in una lettera all’Unità Vasco Scansani, anche lui di Gualtieri, racconta che le parole di Bella ciao delle mondine le ha scritte lui, non prima della guerra, ma nel 1951, in una gara fra cori di mondariso, e che la Daffini gli ha chiesto le parole. I ricercatori tornano al lavoro e dicono che comunque tracce di Bella ciao si trovano anche prima della seconda guerra. Forse la musica era presente in qualche canzone delle mondine, ma non c’erano certo le parole cantate dalla Daffini, scritte quando i tedeschi invasor erano stati cacciati da un bel pezzo dall’Italia". "Una mattina mi sono alzata…".

Fino a quando ci sarà ricordo dei "ribelli per amore", si alzeranno le note di Bella Ciao, diventato inno quando già da anni i partigiani avevano consegnato le armi. "Bella Ciao? Forse le cantavano – dice William Michelini, gappista, presidente dell’Anpi di Bologna – quelli che erano in alta montagna. Noi gappisti di città e partigiani di pianura, gomito a gomito con fascisti e nazisti, non potevamo certo metterci a cantare".

 

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“Cermis, patto segreto dietro il processo”

5 Maggio 2008 Commenti chiusi

Dieci anni dopo il pilota chiede clemenza e rivela: ci fu un accordo sulla condanna
I due militari Usa non vogliono essere radiati con disonore 

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E Totò baciò metà dei siciliani «So i numeri di telefono di tutti»

9 Aprile 2008 2 commenti


La rete di rapporti in un fascicolo con «le speranze» dei suoi elettori

Dopo l’avviso di garanzia 340 Madonnine in regalo

Le 340 madonnine e crocefissi e statuette votive varie avute in dono il giorno in cui ricevette l’avviso di garanzia per favoreggiamento di un po’ di mafiosi non sono dunque riusciti nel miracolo (pagano) di salvare Totò Cuffaro dalle dimissioni. Potete però scommettere che ieri, dopo l’addio all’amatissima e insieme maledetta poltrona, il governatore ha cominciato a ricevere nuovi crocefissi e statuette e Madonnine. Testimonianze di affetto. Perché tutta la sua vita è in fondo riassumibile in un paradosso: certe cose che sembrano normali al «suo» popolo di elettori e amici appaiono agli occhi di milioni di italiani mostruose e certe cose che sembrano a tanti altri mostruose appaiono ai suoi del tutto «normali». Sempre stato così.

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“Torture e impunità nell’inferno di Bolzaneto”

9 Aprile 2008 Commenti chiusi


Genova, il dossier dei pm: nella caserma
tutti sapevano e tollerarono violenze disumane

di MASSIMO CALANDRI

GENOVA – Nella memoria dei pubblici ministeri di Bolzaneto, il termine Duce compare 48 volte. Mussolini, 8 volte. E 28 Pinochet, 9 Hitler, una Francisco Franco. Nelle 791 pagine consegnate ieri durante il processo al carcere speciale del G8, si ripetono all’infinito quattro sostantivi: rispetto, legalità, difesa, pietà. Ma queste sono parole, scrivono i pm, "cancellate dalla semplice crudeltà dei fatti".

Parole annullate da "comportamenti inumani, degradanti, crudeli", dalla "sistematica violazione dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali". Dalle violenze, dagli abusi psicologici, dalle minacce, dalle privazioni, dalle offese: tutte accompagnate da un costante richiamo fascista, con i detenuti costretti ad urlare "Viva il Duce!" e ad esibirsi in umilianti sfilate con il braccio teso in un grottesco saluto romano, mentre un telefonino rimanda sinistra la musica di Faccetta Nera. "Bastardi rossi!". "Voi, dei centri sociali!". "Ebrei di merda!". "Zecche comuniste!". "Bombaroli!". "Popolo di Seattle, fate schifo!".

Luglio 2001, tortura
Tre giorni e tre notti che "non potranno essere dimenticati", spiegano i pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati, ben sapendo che da sette anni c’è chi gioca col calendario e fa spallucce, contando sulla prescrizione. E però resta questo sofferto documento, di sette capitoli. Che risponde a due istanze fondamentali. La prima è di ordine tecnico-giuridico: fornire le prove inconfutabili di ciò che è accaduto, usando le parole delle vittime e chiarendo perché sono attendibili dalla prima all’ultima parola. La seconda è lasciare un documento storico. Esemplare. Una memoria, appunto, proprio perché nessuno dimentichi. Con l’augurio che il reato di tortura – "questo fu, a Bolzaneto" – venga un giorno disciplinato dal nostro codice penale.

"Con Berlusconi facciamo quello che vogliamo"
Un capitolo, il terzo, è dedicato alle deposizioni dei 209 fermati. Indicati uno per uno. Nome, cognome, scheda segnaletica, fotografia, impronte. È un lungo racconto dell’orrore, basta pescare a caso. Nicola N., Siena, 1981: "Nel corridoio già dall’arrivo deve camminare a testa bassa. Prima di farlo entrare in cella lo fanno inginocchiare davanti alla cella e gli danno due pugni in faccia ed un calcio. Deve stare in piedi con le mani legate dietro alla schiena, ad un certo punto in ginocchio. Ad ogni spostamento viene colpito con calci, pugni, schiaffi colpi a mano aperta nella schiena e ginocchiate nello stomaco. Gli agenti gli dicono di tenere la testa bassa perché è un essere inferiore e non degno di guardarli in faccia, che è una merda e che con Berlusconi possono fare quello che vogliono".

"Ti piace il manganello?"
Ester P., Pinerolo, 1980: "Durante il passaggio nel corridoio riceve calci e sberle al passaggio, e insulti. "Puttana, troia". In bagno l’agente-donna le schiaccia la testa verso il basso sino a quasi toccare la turca mentre dal corridoio gli agenti la insultano con parole: "Puttana, troia, ti piace il manganello?". Dalla cella vede un ragazzo nel corridoio colpito con manganellate ai testicoli. In infermeria deve spogliarsi completamente e la fanno uscire nel corridoio in mutande e reggiseno. Prima della traduzione degli agenti con divisa grigia la fanno mettere in fila con gli altri e fanno fare loro il saluto romano, cantare "Faccetta Nera" e dire "Viva il Duce"".

Il taglio del codino
Adolfo S., spagnolo, Reicon de Olivedo, 1970: "Nel corridoio lo mettono in piedi contro il muro e mentre è in questa posizione descritta, gli agenti gli tagliano il codino. In bagno viene nuovamente percosso con la porta dello stanzino e dove gli agenti buttano nella tazza il codino tagliato e lo obbligano ad urinarvi sopra. Mentre è in corridoio viene riconosciuto da un agente che lo aveva identificato per strada che chiama un collega; lo portano poi in bagno, gli danno due forti colpi, lo chiudono nello stanzino e continuano a colpirlo; poi un agente, che a lui pare indossare la divisa dei carabinieri, gli mostra un distintivo e gli dice: "Avete ucciso un mio collega". Trascorre la notte al freddo, senza cibo e senza acqua e continua a ricevere colpi sino a che al mattino viene portato via".

"Non rivedrai i tuoi figli"
Valerie V., francese, Perpignan, 1966: "Fanno pressione per farle firmare un documento, le danno colpi a mano aperta sulla nuca, le mostrano le foto dei figli sul passaporto e le dicono che se non firma non li avrebbe più rivisti. Riceve anche insulti del tipo: "Comunisti, rossi". Sente urla dal corridoio e da altre celle, e supplicare. Sente che gli agenti fanno versi gutturali come di animali. Ricorda in cella chiazze di sangue e di vomito, e sente odore di urina. Non le danno da bere né da mangiare. Riesce a bere solo un po’ d’acqua da un lavandino, prima di essere picchiata. Ricorda una ragazza americana in cella con lei, Teresa. Viene ammanettata con lei. La rivede nel carcere di Alessandria, e questa volta ha lividi su tutto il corpo".

L’impunità
Non ci furono casi isolati, scatti improvvisi di rabbia. I pm spiegano che "l’istruttoria dibattimentale ha dimostrato una pluralità di comportamenti vessatori perduranti nell’arco di tutti i giorni di presenza degli arrestati". "Vi è stata una volontà diretta a vessare le persone ristrette nel sito, a lederle nei loro diritti fondamentali proprio per quello che rappresentavano: tutti appartenenti all’area no global e partecipanti alle manifestazioni ed ai cortei contro il vertice G8".

"Non crediamo ad esplosioni improvvise di violenze. Il processo ha provato che i capi ed i vertici di quella caserma hanno permesso e consentito, con il loro comportamento e con la gravità delle loro consapevoli omissioni, che in quei tristi giorni si verificasse una grave compromissione dei diritti delle persone. Perché è questo ciò che il processo ha provato essere accaduto. Troppo grave è stato il concorso morale in tutte le sue forme, troppo grave la tolleranza, troppo grave ogni mancato dissenso da comportamenti violenti e scorretti, troppo grave anche solo il loro silenzio e la loro inerzia, troppo grave il rafforzamento del diffuso senso d’impunità che ne è conseguito".

La giustizia frustrata
La frustrazione dei magistrati è evidente. Citano Cesare Beccaria, Pietro Verri e Antonio Cassese, già presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene e dei trattamenti inumani o degradanti. "A Bolzaneto fu tortura", ripetono. E per dare forza alle loro argomentazioni, rimandano ad una serie di precedenti internazionali. Ricordano il caso Irlanda contro Regno Unito del gennaio di trent’anni fa, in cui si dà conto delle "torture" subìte dai simpatizzanti irlandesi da parte dell’esercito britannico.

Ma a differenza di tutti gli altri paesi, sottolineano, l’Italia non si è mai adeguata alla Convenzione europea dei diritti dell’Uomo. L’ha sottoscritta nell’89, però il codice penale quel reato non lo ha mai disciplinato. Tortura. "Altrimenti, gli imputati avrebbero dovuto essere condannati a pene comprese tra i due e i cinque anni di reclusione". Invece di anni ne hanno potuti chiedere 76, suddivisi tra 46 persone. Che "avrebbero dovuto comportarsi come caschi blu dell’Onu". E invece trasformarono quella caserma in "un inferno".

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«Agenda Borsellino, indagate sugli 007»

6 Marzo 2008 2 commenti


Mafia Il colonnello Arcangioli: non sono stati svolti accertamenti sui funzionari dei servizi in via D’Amelio. L’ufficiale inquisito per la borsa rubata: filmato un uomo che porta via un oggetto.

ROMA – Il cuore del mistero è in una foto, ricavata da immagini televisive, che ritrae un uomo con una borsa in mano, in mezzo al fuoco e alle macerie. La borsa è quella di Paolo Borsellino, appena dilaniato dal tritolo mafioso assieme ai cinque agenti di scorta; la stessa prelevata più tardi dall’auto del magistrato e portata negli uffici della Squadra mobile di Palermo. Ma quando fu aperta, quel che tutti si aspettavano di trovare non c’era: l’agenda rossa di Borsellino, il contenitore di appunti e spunti d’indagine che il giudice assassinato aveva sempre con sé, sulla quale annotava – probabilmente – scoperte e ipotesi sull’omicidio del suo amico Giovanni Falcone. Un «tesoro» che, secondo la testimonianza della moglie, Borsellino s’era portato dietro (nella borsa) anche il 19 luglio 1992, quando lasciò la casa al mare per andare a morire in via Mariano D’Amelio. Che fine ha fatto l’agenda? Nessuno l’ha detto, nessuno l’ha più vista.

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“Addio pizzo”: ora sono 227 gli esercenti che aderiscono

6 Marzo 2008 Commenti chiusi

C’è un’autocarrozzeria nel cuore del quartiere Uditore, dove è stato catturato Totò Riina. C’è una ditta artigiana di lavori edili di ristrutturazione a Partanna Mondello, feudo del "re delle estorsioni" Salvatore Lo Piccolo. E poi commercianti di via Libertà, di via Roma, di viale Regione Siciliana. Un esercito che diventa sempre più numeroso: sono ormai 227 gli esercenti di Palermo che aderiscono al movimento "Addio pizzo" e dichiarano di non pagare il clan di estorsori. La lista dei commercianti e imprenditori "pizzo free" si allunga ogni giorno che passa, e fa da contraltare alla lista di chi invece per paura o per convenienza decide di pagare gli emissari dei clan. Un fenomeno sempre più diffuso, a Palermo, come dimostrano la contabilità e i "pizzini" sequestrati al boss Salvatore Lo Piccolo, il capomafia che ha sostituito fino alla sua cattura Bernardo Provenzano alla guida di Cosa Nostra. Ma la ribellione dei commercianti e degli imprenditori onesti, guidata dai giovani di "Addio pizzo", procede senza sosta anche se ci sono alcuni quartieri della città come Brancaccio e la Noce dove le caselle degli imprenditori "pizzo free" restano vuote.
«Leggete con attenzione l’elenco, portatelo sempre con voi, acquistate i prodotti di questi nostri coraggiosi concittadini; fatelo facendovi riconoscere!», si legge nel sito internet di "Addio pizzo". «Dimostrate loro tutta la nostra stima e la nostra gratitudine. Diffondete questa lista tra amici e parenti, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, tra colleghi e conoscenti».
Una rivoluzione, quella lanciata da "Addio pizzo", che ha toccato la quota di 9.190 consumatori aderenti e l’appoggio di Confindustria, Unioncamere e Confcommercio, protagoniste anche nella lotta contro il racket. Tutto è partito la mattina del 29 giugno 2004, quando su centinaia di piccoli adesivi listati a lutto affissi per le strade del centro di Palermo, si leggeva il messaggio diventato slogan e per alcuni imperativo categorico: «Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità». Da quegli adesivi anonimi ora si è arrivati alla scelta di 227 tra commercianti e imprenditori che espongono sulle loro vetrine l’adesivo con la scritta "Addio pizzo". E mentre gli imprenditori-coraggio Giuseppe Catanzaro e Antonello Montante decidono di acquistare a proprie spese due auto blindate per poter continuare a lavorare senza intoppi («Con le blindate dello Stato», dicono senza polemica, «rischiamo di restare a piedi»), oggi a Palazzolo Acreide, presente Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, ai protagonisti della ribellione anti-racket viene assegnato il premio giornalistico "Giuseppe Fava".

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Sempre più killer tra i veterani di guerra

31 Gennaio 2008 4 commenti


lo rivela Il New York Times

Aumentati del 90% in 6 anni, per 3/4 reduci da Iraq e Afghanistan. Individuati 121 i casi, le vittime mogli e bambini

NEW YORK – Almeno 121 veterani di guerra dell’Iraq e dell’Afghanistan hanno commesso un omicidio dopo il loro ritorno a casa. Li ha contati il New York Times, rivelando che gli omicidi da parte di ex soldati in missione sono aumentati del 90% negli ultimi sei anni, dall’invasione dell’Afghanistan nel 2001, passando da 184 a 349. E in tre quarti dei nuovi casi (165) sono coinvolti proprio reduci dall’Iraq e dall’Afghanistan. In molti di questi casi, i traumi riportati durante il servizio all’estero e lo stress – con l’alcolismo e altri problemi di riadattamento familiare – fanno da sfondo alla tragedia. Tre quarti dei veterani coinvolti in casi di omicidio erano ancora militari quando hanno commesso i delitti, compiuti usando pistole in oltre la metà dei casi.

Le vittime sono in gran parte le mogli o le fidanzate, i figli o altri familiari stretti. La più piccola è Krisiauna Calaira Lewis, una bambina di due anni uccisa in Texas dal padre ventenne, tornato in patria dopo aver riportato traumi al cervello e aver perso un piede durante un bombardamento a Falluja. Un quarto delle vittime sono altri soldati, come Richard Davis, accoltellato e poi dato alle fiamme da altri veterani, il giorno dopo che erano tutti tornati dall’Iraq.

Né il Pentagono né il dipartimento alla Giustizia si sono interessati di questi delitti, che sono stati perseguiti non dalla giustizia militare ma dai tribunali civili degli Stati in cui sono accaduti.
Un portavoce dell’esercito ha detto che lo studio non offre un quadro completo della situazione. Circa 25 dei 121 casi di omicidio sono derivati da guida pericolosa o in stato di ubriachezza. La maggior parte degli omicidi non aveva precedenti ma in alcuni dei casi, aggiunge il Times, «il fatto che fossero di ritorno dalla guerra non ha in apparenza alcuna relazione con il crimine commesso».

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Usa, la Cia distrusse le videocassette degli interrogatori dei sospetti terroristi

31 Gennaio 2008 Commenti chiusi


Documentavano l’uso di tecniche dure più volte denunciate dalle organizzazioni umanitarie come tortura
Il direttore Hayden: "Decisione in linea con la legge per proteggere gli agenti". Ma è polemica

WASHINGTON – La Cia ha distrutto nel 2005 almeno due videocassette che documentavano gli interrogatori di due operativi di Al Qaeda sotto custodia dell’agenzia. La decisione sarebbe maturata nel mezzo del dibattito al Congresso sui metodi utilizzati dall’agenzia di intelligence, più volte condannati dalle organizzazioni in difesa dei diritti umani come tortura, e oggetto di aspre dispute legali.

I video mostravano gli interrogatori di sospetti terroristi – fra cui anche Abu Zubadayah, il primo detenuto in mano alla Cia, arrestato nel marzo del 2002 – in cui venivano usate tecniche dure, riferisce il New York Times. Secondo il quotidiano americano vennero distrutti perché funzionari dell’agenzia erano preoccupati che tali documenti potessero esporre i suoi agenti a cause legali.

Dopo essere stato informato dal New York Times che la notizia stava per essre pubblicata, il direttore della Cia Michael Hayden in un comunicato ai dipendenti ha detto che la decisione di distruggerli è maturata all’interno della Cia per proteggere i funzionari coinvolti e gli agenti in incognito e perché le cassette non avevano più valore di intelligence. Se i video fossero diventati pubblici avrebbero rappresentato "un grave rischio per la sicurezza", ha spiegato il direttore, esponendo gli agenti e "le loro famiglie a una rappresaglia di Al Qaeda e dei loro simpatizzanti". Hayden ha difeso la condotta dell’agenzia, dicendo che è stata "in linea con la legge".

La distruzione dei video fa riemergere i dubbi sul comportamento della Cia nei confronti del Congresso, dei tribunali e della Commissione sugli attacchi dell’11 settembre, cui potrebbe aver occultato informazioni importanti. In particolare, quei nastri non sono stati forniti alla corte federale dinanzi alla quale era processato Zacarias Moussaui, considerato il 20esimo dirottatore, e alla Commissione sull’11 settembre, che pure aveva fatto richiesta alla Cia di avere tutte le trascrizioni e tutta la documentazione sugli interrogatori ai detenuti sospettati di terrorismo.

La notizia riaccende anche il dibattito sulle leggi che autorizzano la Cia ad impiegare metodi di interrogatorio più duri di quelli permessi alle altre agenzie di intelligence. La notizia della distruzione dei nastri, sottolinea il New York Times, è arrivata poche ore dopo l’approvazione in una commissione del Congresso di un provvedimento per mettere fuorilegge le pratiche e i metodi troppo duri di interrogatorio, provvedimento che però dovrà passare in aula alla Camera e al Senato e su cui molto probabilmente il presidente George W. Bush porrà il veto.

(7 dicembre 2007)

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Dalle carte segrete del Foreign Office l’idea di un colpo di Stato in Italia

24 Gennaio 2008 1 commento

IL GOLPE INGLESE / 1 – I documenti degli archivi britannici, appena desecretati gettano una luce cruda sul backstage della Guerra Fredda. 

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Gb, nomi censurati nel libro di Saviano

24 Gennaio 2008 Commenti chiusi


Lo stampatore: da noi leggi diverse. L’autore: sono scandalizzato

L’edizione britannica di «Gomorra», in uscita venerdì, non riporterà i dati dei «boss inglesi»

LONDRA – Dite cosa, non dite chi. L’ultima volta che dall’Inghilterra ce l’ordinarono, fu quattro anni fa. C’erano di mezzo il principe Carlo, un verbale con le solite accuse del solito maggiordomo, molti pettegolezzi sessuali e insomma la ragion di Stato intorno a Buckingham Palace: accadde che i giornali italiani e spagnoli, turchi e arabi violarono la legge di Sua Maestà, pubblicarono tutto senza censure, ma lo scandalo fu grande e i quotidiani non arrivarono nelle edicole, perché l’invasione dell’ultragossip fu fermata sulla Manica. Stavolta, più che presunti orgasmi reali, la faccenda riguarda reali organizzazioni del crimine.

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